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Tornai a Firenze e ripresi la scuola. Frequentavo l'ultimo anno del Liceo Scientifico e l'insegnante di Matematica e Fisica organizzò una visita all'Istituto di Fisica di Arcetri. Questa visita fu per me molto importante. In una chiara mattina della seconda metà di Maggio salii con i miei compagni il viale del Poggio Imperiale.
Arcetri mi affascinava per il ricordo di Galileo che avevo imparato a conoscere attraverso la lettura del "Dialogo" e di altri scritti. Ne avevo ricevuta una profonda impressione sia di Galileo scienziato che dell'uomo. Le sue amare vicende con il Sant'Uffizio mi avevano commosso e per me diciassettenne, Galileo era diventato un idolo.
Salendo la collina di Arcetri mi tornavano in mente tanti episodi degli ultimi anni della sua vita trascorsa proprio qui in un paesaggio che non poteva essere molto diverso da questo, bellissimo, fatto di cipressi e di olivi.
Giunti all'Istituto entrammo in una specie di chiostro con in mezzo un pozzo intorno al quale erano scolpiti distici latini esaltanti le proprietà dell'acqua. Sotto gli archi alcuni medaglioni in marmo ricordavano i più grandi fisici italiani dei secoli passati.
Venne una giovane donna alta, con i capelli tirati indietro e legati all'occipite a formare un codino, con un camice grigio dalle tasche del quale spuntavano un cacciavite ed un paio di pinze. Si presentò come la dottoressa Bocciarelli, assistente del prof. Bernardini che sarebbe venuto di lì a poco; intanto ci introdusse in una grande aula con i banchi disposti ad anfiteatro e in alto un ballatoio che girava tutto intorno alla stanza.
Venne il prof. Bernardini che iniziò una specie di lezione esponendo in dettaglio l'attività didattica e di ricerca che si svolgeva nell'Istituto. Parlava con voce pacata camminando avanti e indietro davanti alla lavagna. Le sue spiegazioni erano, almeno per me, chiarissime: quando occorreva si aiutava con disegni sulla lavagna.
Sostanzialmente i campi di ricerca erano due: alcuni problemi di fisica nucleare riguardanti, se ben mi ricordo, le interazioni delle particelle alfa con i nuclei, e la radiazione cosmica. Era la prima volta che sentivo parlare di questo argomento e ne rimasi affascinato. Con molta chiarezza Bernardini ci spiegò la struttura e il funzionamento dei contatori di Geiger e delle registrazioni di coincidenze recentemente ideate da Bruno Rossi.
Dopo questa introduzione cominciò la visita. Una scala in pietra serena portava al primo piano; ai lati e al soffitto affreschi allegorici dei primi del '900. Le stanze erano piene di apparecchi con esperienze montate e funzionanti e ovunque un notevole disordine. Altri fisici erano intenti al lavoro, fra questi ricordo una signora sulla cinquantina che ci accolse con un ampio sorriso e ci spiegò cosa stava facendo. Visitammo tutto il piano, la biblioteca, il laboratorio chimico ed altro poi, per una stretta scaletta, arrivammo alla soffitta e ad una grande terrazza dove era stata costruita una capanna in legno nella quale un frate francescano sorvegliava alcuni contatori di Geiger ed una registrazione.
Il professor Bernardini che ci accompagnava ci spiegò che Padre Serafini stava registrando gli sciami di raggi Cosmici prodotti in uno strato di piombo. Io ero estasiato! Mi soffermai sulla terrazza. Il panorama era superbo. Verso sud la valle dell'Ema e le colline verso S.Casciano e poi le stupende pinete e cipressete della Poggiona fino al poggio di Belvedere degradante verso la grande Firenze che si distendeva nella valle dell'Arno sovrastata dal monte Morello e dalla collina di Fiesole. In lontananza la piana di Prato e di Calenzano e sulla destra la successione di colline adorne di ville degradanti verso il Girone e Pontassieve.
Era uno spettacolo incomparabile. In quel momento ebbi la percezione netta che quella fosse la mia terra, che qui avrei vissuto il resto della vita impegnato nello studio e nella ricerca.
Tornai a casa entusiasta e tanto feci che la domenica successiva convinsi la zia e le cugine a tornare con me sul colle di Arcetri per renderle partecipi, soprattutto Liliana, di tanta bellezza.
Due mesi dopo ottenni la licenza liceale con ottimi voti in matematica, fisica e scienze naturali, meno buoni in Italiano, latino e storia. La fisica soprattutto la conoscevo assai bene, ben oltre i programmi liceali e spesso con le mie domande mettevo in imbarazzo la professoressa. (La ritrovai molti anni dopo ad una riunione del Partito d'Azione e mi confessò che quando veniva a far lezione nella IV B aveva una gran paura delle mie domande!)
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La Fisica era la mia grande passione. Frequentavo l’Università' con molto impegno.
Se oggi, dopo tanti anni, ricerco in me stesso le motivazioni di questa scelta, il discorso si allarga e diventa in parte difficile. Indubbiamente ha giocato qualcosa di innato.
Come ho detto, all’età' di cinque o sei anni, quando non sapevo ancora leggere, passavo le ore a guardare le figure di un vecchio libro di chimica capitato in casa non si sa come. Quegli alambicchi e quelle macchine strane mi affascinavano. Verso i 10 anni il passatempo preferito erano "le chimiche": fare intrugli di ogni genere in alcune provette che mi erano state regalate.
Un'altra cosa che nell'infanzia mi attirava molto da un punto di vista estetico erano i numeri. Fra i miei balocchi c'era un orario ferroviario che mi piaceva moltissimo.
Le mie tendenze "scientifiche" furono percepite dai miei genitori che le assecondarono dandomi l'educazione adatta.
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Via via che chiarivo le mie idee sulla Fisica, le mie motivazioni evolvevano e maturavano; intanto la Fisica era una scienza, forse "la scienza", le cui verità erano universali e dovevano essere accettate da tutte le menti razionali, ma non erano né eterne né immutabili ma soggette a continua revisione critica. Operare in questo campo mi dava un senso di intima certezza che per altri campi non esisteva. L'arte, la politica, la stessa religione non consistevano che in opinioni. La fede, in quanto tale, non era certo una certezza universale ma piuttosto un fatto personale.
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Negli anni seguenti questo modo di considerare la scienza ha dovuto essere in parte riveduto, in parte mantiene anche oggi una sua validità.
In secondo luogo il carattere universale della scienza rende le sue acquisizioni patrimonio di tutti gli uomini aldilà delle divisioni di nazione o di razza. La scienza è internazionale e come tale incompatibile con la guerra.
Questa considerazione era in perfetto accordo con le mie tendenze universalistiche e di non violenza. Su questo secondo punto i decenni successivi mi hanno portato a conclusioni in parte opposte.
Da giovani si tende a vedere il lato ideale delle cose: la meccanica, la termodinamica, l'elettromagnetismo mi apparvero costruzioni meravigliose, conquiste della razionalità, "massima virtù dell'uomo", sul mito, sul dogma, sull'irrazionalità. Anche se mi rendevo conto che la scienza non dava risposte a molti problemi, avevo una sorta di fede che o prima o poi la soluzione sarebbe venuta proprio dalla scienza. Come sbagliavo !
Poi, maturando si ripensa a come tutto questo si è andato evolvendo, e si tenta un bilancio del bene effettivamente apportato dalla scienza all'umanità, e si vede che questo bilancio non è sempre positivo. Operando nel campo della ricerca si fa la lapalissiana osservazione che la ricerca seria è possibile solo se si dispone di denaro, di tempo (e quindi ancora di denaro per vivere) e di cervello. Col tempo ci si accorge che il denaro è in mano al potere e questo pilota la ricerca nel suo interesse che non sempre coincide con l'interesse della collettività umana.
Comunque, in quegli anni, la scienza era per me la più alta attività umana e chi vi si dedicava lo vedevo come un essere superiore.
Una conseguenza di questo mio amore per la Scienza era la "mitizzazione" degli scienziati. Un uomo di scienza era per definizione una persona buona, corretta, superiore ad ogni sospetto, altruista ed intelligente. Solo più tardi, molti anni dopo, ho capito che gli scienziati sono proprio come gli altri uomini e che fra loro ci sono dei fior di mascalzoni, degli egoisti, dei profittatori e dei disonesti e purtroppo ho potuto constatarlo anche a mie spese.
Nella frequenza ai corsi incontrai qualche difficoltà in analisi matematica e provai qualche delusione nel corso di Fisica Sperimentale tenuto dal prof. Tieri. Era questi un professore vecchio stile, che teneva le sue lezioni con la dignità e la nobiltà tipiche della fine dell'800, ma purtroppo anche il contenuto del corso era della stessa epoca! Gli altri docenti dell'Istituto, dal Bernardini all'Occhialini, dal Racah alla Bocciarelli erano tutto l'opposto. Ad eccezione di Racah, erano abbastanza trasandati nel vestire ed incuranti della forma ; avevano quell'aria un po' svagata che avevo sempre immaginato avessero gli scienziati. Quando al terzo anno cominciai a frequentare l'Istituto, le ragioni di questo comportamento furono chiare.
Secondo alcune indiscrezioni di Filippo, il portiere, seppi che negli anni precedenti il Direttore dell'Istituto, il senatore Antonio Garbasso, era stato ammalato per alcuni anni ed in fine era morto. Nel periodo della sua assenza, l'Istituto era in mano al prof. Bernardini, fisico bravissimo e come ricercatore e come didatta, ma abbastanza eccentrico di carattere. Con gli altri aveva instaurato un’originale gestione dell'Istituto. Appena la stagione lo consentiva organizzavano serate danzanti sulle terrazze dell'Istituto dove ballavano sino alla mezzanotte e poi tutti al lavoro fino al mattino. Spesso dormivano tutti insieme per alcune ore giù nello scantinato.
Eppure, proprio in questo periodo, le loro ricerche avevano prodotto cose notevoli in fisica nucleare e in radiazione cosmica!
Queste strane abitudini di Bernardini e degli altri fisici vennero all'orecchio del Preside della Facoltà, il prof. Giovanni Sansone, e chi lo ha conosciuto può immaginare la sua reazione. Come prima cosa decise di coprire subito per chiamata la cattedra del defunto senatore e, quando i tempi tecnici lo permisero, fu chiamato il prof. Laureto Tieri, "uomo d'ordine" amico di Lo Surdo, noto fisico dell'epoca. Tieri, originario di una ricca famiglia abruzzese, venne da Messina e come primo atto acquistò una villa sul viale Torricelli, villa dalle cui finestre si poteva vedere benissimo l'Istituto. Quando vedeva accese luci in piena notte, telefonava a Filippo, che doveva riferirgli tutto ciò che succedeva nell'Istituto.
Questa sorveglianza mise fine alle feste e dette inizio alle ostilità fra il Direttore e il resto del personale. Potrei raccontare mille episodi spassosi di questa lotta senza quartiere. Il Tieri non si limitò a restaurare l'ordine, ma nel giro di qualche anno riuscì a fare il vuoto. Bernardini andò alla cattedra di Spettroscopia a Roma, Racah alla cattedra di Fisica teorica a Pisa, la Bocciarelli all'Istituto Superiore di Sanità ed Occhialini emigrò in Brasile.
Prima di partire Occhialini giuocò un tiro mancino al Tieri, uno scherzo degno dell'inventiva del Boccaccio.
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Al terzo anno presi la tesi con Bernardini in Fisica Superiore. Come argomento la disintegrazione beta. Mi buttai a studiare con grande entusiasmo. Pochi mesi dopo Tieri fece il vuoto e, come ho detto, Bernardini andò a Roma e la mia tesi naufragò. L'anno successivo tornai alla carica con Tieri il quale mi disse di scegliermi un argomento e fare un progetto di ricerca. Io non avevo nessuna esperienza in proposito, comunque scelsi un argomento allora di attualità : uno studio sulle proprietà elettriche delle lamine sottili. Il progetto che non fu accettato per l'eccessiva spesa che avrebbe comportato.
Ebbi un colloquio con il Prof. Ricca, venuto anche lui da Messina, che sostituiva Bernardini. Era un uomo assolutamente vuoto con mentalità e modo di pensare decisamente opposte alle mie. Era fascista convinto come il fratello che insegnava "mistica fascista " non so dove. Del lavoro di ricerca se ne fregava altamente badando solo a dar dietro alle donne. Abitava in Istituto in una cameretta vicino alla direzione. Ricca mi consigliò di studiare l'effetto della temperatura sulla soglia fotoelettrica dei metalli. Trovai l’argomento abbastanza interessante.
Mi misi al lavoro. Dopo una settimana di ricerche bibliografiche, in due giorni feci un progetto d'esperienza, un progetto che Ricca approvò senza cambiare una virgola. Poiché ero consapevole della mia inesperienza, questo mi dette la misura del suo disinteresse alla cosa. Era convinto di aver trovato lo schiavetto che pensava e lavorava per lui, uno schiavetto abbastanza intelligente da lasciargli fare tutto quello che voleva.
Costruii l'attrezzatura riscoprendo certe cose che dovevano essere ben note e che né io (che ero scusabile come studente) né Ricca (e per lui era certo imperdonabile) conoscevamo.
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Non potete immaginare la gioia quando ottenni i primi risultati e l'entusiasmo con cui continuai il lavoro.
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Nel Novembre del 1938 mi laureai con 110/110 e subito Tieri mi propose di restare in Istituto come assistente volontario. La prima cosa che feci perfezionai la tesi di laurea e scrissi il lavoro per la pubblicazione. Quando il manoscritto mi fu restituito dal Ricca dopo la sua doverosa revisione, conteneva all'inizio questa nota:
"L'idea del presente lavoro è di Ricca, la realizzazione sperimentale di entrambi". Il Ricca non aveva fatto assolutamente nulla e la nota così formulata era per me veramente offensiva. Entrai nella stanza di Tieri senza chiedere permesso e quasi urlando gli presentai la relazione; ero veramente fuori di me.
Tieri, che bene o male aveva seguito il mio lavoro, cercò di calmarmi, prese il manoscritto, cancellò la nota, e mi promise che lo avrebbe presentato all'Accademia dei Lincei, di cui era socio corrispondente, per la pubblicazione su gli Atti dell’Accademia stessa. Nacque così la mia prima pubblicazione.
In realtà questa non era la prima. A Siena, durante le vacanze, avevo frequentato l'Istituto di Fisica della facoltà di Medicina, un vecchio Istituto che aveva avuto qualche Direttore più o meno illustre come il padre di Beppe Occhialini ed il Puccianti, poi Direttore dell’Istituto di Fisica di Pisa.
A quel tempo l'Istituto era in mano alla prof. Corsi, una insegnante di liceo famosa per la sua bruttezza. Non essendovi alcuna attività di ricerca con cui collaborare, non trovai di meglio che riordinare il materiale didattico e in questa operazione scoprii in un fondo d'armadio tre apparecchi, due microscopi ed un optometro originali di G.B. Amici con una lettera autografa di accompagnamento e decisi di pubblicarne la descrizione su gli atti dell'Accademia dei Fisiocritici.
Nei primi mesi del 1939 fu messo a concorso il posto di Assistente che era stato di Beppe Occhialini. Tieri mi chiese di concorrere e lo chiese anche a Ballario, un assistente volontario laureato un anno prima di me. Nel luglio il concorso fu espletato a Roma. Il tema scritto: "I principi della termodinamica" mi riuscì passabilmente e fui ammesso all'orale. La commissione era costituita dai professori Polvani, Imbò e Tenani. Anche l'orale andò passabilmente sebbene non avessi saputo rispondere ad una domanda sulla relatività (che non avevo mai studiato). Fui undicesimo nella graduatoria nazionale, quanto bastò per occupare il posto di assistente a Firenze.
Nella mia nuova posizione potei alloggiare in Istituto, in una camera sul lato nord con annesso bagno e cucinotto. Intanto era venuto da Pavia un altro fisico, il prof. Franzini assai più intelligente di Ricca, appassionato ricercatore giunto alla carriera universitaria dopo alcuni anni di esercizio della professione di Ragioniere.
Il Franzini era di idee aperte e quindi antifascista. Anche la moglie era laureata in fisica ed era stata aiuto a Pavia
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Nella primavera del 1940 Franzini e Ricca avevano messo su un’esperienza di fisica nucleare. Si trattava di un rudimentale acceleratore di protoni da circa 400 kev che utilizzava un vecchio trasformatore per raggi X ed una sorgente di protoni fatta con idrogeno filtrato attraverso palladio. Il tutto era una struttura abbastanza complicata con due pompe a diffusione per il vuoto, manometri di Mc Leod e vacuometri a ionizzazione, trappole ad aria liquida ecc. Questa struttura copriva una parete in un intrico di tubi e camere di vetro ed aveva richiesto mesi di lavoro (di Franzini) per la sua realizzazione.
In quel periodo era finalmente finita e la sera del fattaccio tutto era funzionante per le prove preliminari di tenuta del vuoto.
Io dovevo preparare le esercitazioni per gli studenti del secondo anno, lavoro che eseguivo la sera dopo cena. Il giorno era dedicato interamente ad una ricerca sulla radiazione cosmica che avevo appena iniziato con Ballario. Per preparare le esercitazioni avevo bisogno di riprendere un galvanometro che avevo prestato a Franzini e che si trovava su una mensola di marmo proprio sulla parete dell'attrezzatura al disopra di tutte le strutture in vetro.
Il galvanometro era fissato con un morsetto di ferro. In piedi su un panchetto arrivai a stento alla mensola, allentai il morsetto e, senza levarlo del tutto, tirai a me il galvanometro. Preoccupato di non far cadere il galvanometro non pensai al morsetto che piombò sulle strutture di vetro provocando un massacro. Il sistema era sotto vuoto ed una volta rotto un tubo tutti i manometri a mercurio saltarono provocando una vera pioggia di mercurio e di frammenti di vetro. Mesi di lavoro distrutti in un attimo ! Ricordo di aver posato il galvanometro su un tavolo e di essere scivolato seduto per terra con la testa fra le mani e le lacrime agli occhi.
Il Ricca rientrava in Istituto dopo la mezzanotte e prima di coricarsi andava a controllare il grado di vuoto dell'impianto. Dovevo in tutti i modi aspettarlo e comunicargli la triste notizia che l'impianto era distrutto.
Mi seccava particolarmente perché i miei rapporti con Ricca non erano buoni dopo la storia dell'articolo. Comunque, quando rientrò, mi feci coraggio e gli raccontai quello che era successo. Con mia grande sorpresa alzò le spalle ed esclamò: - Pazienza, vedremo domani cosa fare.-
Mi sembrò quasi sollevato dal non dover più andare a misurare il grado di vuoto due o tre volte al giorno! Nella mia preoccupazione non avevo messo in conto il sovrano disinteresse del Ricca per il lavoro di ricerca.
Eravamo a pochi mesi dall’inizio della grande notte che doveva avere tante conseguenze per me e per tutti noi.
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Nel 1939 cominciarono le schermaglie fra le democrazie occidentali e la Germania per il problema di Danzica. Si capì subito che Hitler voleva in ogni modo la guerra. Solo le diplomazie occidentali non lo capivano. La situazione si faceva ogni giorno più preoccupante anche da noi perché, dopo la promulgazione anche in Italia delle leggi razziste, risultava ormai chiaro che Mussolini era completamente succube di Hitler. Hitler era un pazzo criminale, capace di tutto, che avrebbe certamente trascinato il Duce (e tutti noi) nelle sue folli avventure.
Ciò che per noi giovani era veramente avvilente, era l'atteggiamento succube fino al ridicolo, della maggior parte dei docenti universitari, dei nostri maestri. La stampa e i commentatori radiofonici, nei loro commenti, dettati dal più squallido opportunismo, cadevano spessissimo nel ridicolo! Ricordo ancora l’invenzione di una così detta " razza italiana ", contenuta nel " manifesto" razzista, sottoscritto da un gruppo di professori delle nostre Università e firmato, fra gli altri, da Nicola Pende, un luminare della medicina di quei tempi. All'Accademia d'Italia (cosi era stata ribattezzata l'Accademia del Lincei), durante un discorso inaugurale, fu pronunciata la frase testuale: "….. E' l'ora di smettere di insegnare nelle nostre università la matematica ebraica....", con riferimento alla teoria della relatività di Einstein ed al calcolo differenziale assoluto di Levi-Civita.
Non una sola protesta a questo stato di cose si levava dalla Chiesa, allora guidata da Pio XII che aveva chiamato Mussolini " uomo della provvidenza ".
In questo clima, la prima cosa da fare, fu per me fu un ripensamento della mia posizione nei riguardi del servizio militare. Una guerra per affermare il dominio hitleriano in Europa non l'avrei mai potuta combattere a costo di disertare o di perdere la vita! La mia situazione era la seguente:
Alla visita di leva del 1935 ero stato classificato "rivisibile" per deficienza toracica, classificazione confermata anche l’anno successivo. In questa posizione gli studenti universitari erano esonerati dal servizio fino al conseguimento della laurea.
Quando fui vicino al fatidico giorno, sapendo che, con il conseguimento della laurea, avrei dovuto presentarmi alle armi come soldato semplice a causa della mia deficienza toracica, chiesi ed ottenni un’ulteriore visita e non mi fu difficile essere dichiarato "abile incondizionato". Conseguentemente inoltrai domanda per essere ammesso alla Scuola Allievi Ufficiali di Artiglieria di Pavia.
Quando il direttore dell’Istituto di Fisica mi offrì il posto d’assistente, mise come condizione indispensabile di rinviare il servizio militare. In realtà l’Istituto era a corto di personale e la mia presenza doveva essere garantita dal momento della nomina.
Dopo il grande esodo, erano rimasti solo lui, Ricca e Franchetti ed era quindi necessario che prendessi servizio immediatamente. Inviai subito qualcuno a Pavia a ritirare la domanda alla Scuola Allievi Ufficiali e feci appena in tempo. Se avessi ritardato anche di poche ore, avrei dovuto, pena l’arresto per renitenza alla leva, presentarmi al distretto e la mia vita sarebbe stata certamente diversa!
Per ottenere ancora un ritardo alla presentazione alle armi, dopo la laurea, mi iscrissi al quarto anno del Corso di laurea in Matematica. Ma il clima s’era fatto infido ed avevo netta la sensazione che questa facilitazione sarebbe stata revocata entro breve tempo, come puntualmente avvenne.
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Il 10 Giugno del 1940, l’Italia entrò in guerra al fianco della Germania.
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Cominciarono i bollettini di guerra che annunziavano strepitose vittorie sulle "orde" nemiche e la gente pensava realmente che la guerra sarebbe durata poco. I giornali alternavano articoli d’esaltazione patriottica ad altri ferocemente antiebraici e razzisti.
Una politica razzista in Italia faceva veramente ridere perché, con tutte le invasioni straniere subite nei secoli, se si pensava ad un popolo imbastardito, quello era certamente il popolo italiano. I risvolti pratici di questa farsa erano comunque tragici.
Il prof. Franchetti, ultimo rimasto in Istituto dai tempi di Bernardini, fisico coltissimo, era stato allontanato dall'Istituto perché figlio di padre ebreo e madre cattolica. In un primo tempo Tieri gli permise di venire in Istituto a continuare il suo lavoro di ricerca la sera dalle nove ad oltre la mezzanotte. Poi, forse per una spiata o per la presenza in Istituto di elementi fascisti, anche questo permesso gli fu revocato.
Con Ballario lavoravamo su gli sciami della radiazione cosmica e certi importanti articoli teorici di Bhabha, di Bethe ed altri erano per noi di difficile lettura. Franchetti ci aiutava molto, ma dovevamo andare ogni tanto a trovarlo nella sua casa di Via dei Bardi presso il Ponte Vecchio, per discutere con lui del nostro lavoro.
Il 18 Aprile del 1941 nacque Laura, uno scricciolo di bambina ma che a me parve bellissima. Aveva risentito della scarsa alimentazione della mamma perché, con l'entrata in guerra, avevano cominciato a scarseggiare molti generi alimentari. Furono istituite le tessere annonarie ma, in un primo tempo, con qualche amicizia ed un po’ di soldi, si poteva trovare tutto. In quei mesi avvenne la requisizione delle auto e delle moto. Con gran dispiacere dovetti consegnare la mia Guzzi 500 cui ero molto affezionato.
In questo periodo organizzai insieme con Ballario e ad un neolaureato, il dr Prosperi (oggi stimato gioielliere in Arezzo) un’esperienza sull'assorbimento della radiazione cosmica sotto roccia ed il comportamento del rapporto molle/dura. L'esperienza fu eseguita in un pozzo laterale della galleria della direttissima Firenze-Bologna all'altezza della stazione sotterranea di Precedenze (oggi soppressa).
Ottenuti i vari permessi dalla Direzione del Compartimento F.S., installammo i nostri strumenti su un carrello tirato da un cavo che percorreva un pozzo laterale della galleria collegando la stazione sotterranea di Precedenze, alla profondità di 200 m., con l’esterno nelle vicinanze della frazione di Ca’ di Landino. Il pozzo era inclinato di 27° ed usciva all’interno di una sottostazione di alimentazione dell’energia elettrica.
Per ragioni di sicurezza la galleria e la sottostazione, dove erano sistemati i motori di sollevamento del carrello, erano sorvegliate da un gruppo di militi della M V S N.
Questi militi, fin dal nostro arrivo, ci resero la vita impossibile con ispezioni cervellotiche, con la richiesta perentoria di comunicare loro preventivamente gli spostamenti nostri e del carrello ecc. Ricordo che una notte (lavoravamo a turno 24 ore su 24) ci comunicarono telefonicamente di non abbandonare il carrello perché, in caso contrario, ci avrebbero sparato a vista! Io e Prosperi, che eravamo in turno, restammo tre o quattro ore senza poterci muovere e senza saperne la ragione.
Il giorno seguente Prosperi ebbe un'idea brillante. Si fece spedire dal padre una damigiana di vino, di quello buono, prodotto nella sua fattoria. L'arrivo della damigiana non passò inosservato ai militi:
- Cose c'è nella damigiana arrivata stamani? - chiese uno di loro con fare inquisitorio.
- Vino di quello speciale - rispose Prosperi - e se venite stasera dopo cena al carrello ne beviamo un bicchiere tutti insieme.
Puntualmente i militi, mi pare fossero cinque, si presentarono al carrello con due gavette piene di castagne lesse e se ne andarono verso mezzanotte malfermi sulle gambe. Il ghiaccio era rotto e da quel momento non fummo più molestati. Le visite si ripeterono con una certa frequenza e finalmente sapemmo la ragione della nostra momentanea prigionia sul carrello: sotto la galleria della direttissima era transitato un convoglio blindato che portava il Duce ad un colloquio con Hitler. Sapemmo che questi passaggi erano relativamente frequenti ed, infatti, nei giorni successivi, fummo avvertiti, ma questa volta senza minacce di morte, di un altro passaggio del genere. Un’altra volta fummo addirittura invitati ad assistere al passaggio del treno blindato dalla stazioncina di Precedenze.
Potenza di un buon fiasco di vino!
Nell'estate dell'anno successivo fui richiamato e destinato all'81° Reggimento Fanteria di stanza a Pisa per l'addestramento, nella attesa di un'altra destinazione per il momento sconosciuta. Vi rimasi alcuni mesi e fu un’esperienza estremamente interessante sul piano umano.
Il giorno dopo il mio arrivo il Capitano della Compagnia mi mandò a chiamare:
- Cosa fai da borghese?- mi chiese senza alzare gli occhi dalle carte che aveva davanti.
- Sono assistente universitario, laureato in Fisica - risposi stando sull'attenti
- Ho capito, sei un matematico -
- No, signor Capitano, sono un fisico -
- Ho detto matematico! - esclamò alzando la voce, e solo allora potei guardarlo in viso. Era un uomo sulla trentina, capelli e baffetti neri, abbastanza simpatico, probabilmente romano a giudicare dall'accento.
- Comunque da ora sei assegnato al ripostiglio, vai.-
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Come ho detto, durante la libera uscita, frequentavo l'Istituto di Fisica, e mi davo da fare per tirare avanti una ricerca che conducevo con il mio collega Ballario. Un giorno questo mio collega parlava di me in autobus con sua sorella Cristina, quando un ufficiale di Aviazione, che aveva sentito i suoi discorsi interloquì:
- E' un vero peccato che un fisico sia costretto e fare lo scribacchino in un ufficio, quando mi farebbe un gran comodo averlo con me per aiutarmi nelle ricerche che faccio presso l'Accademia Aeronautica! Vuol essere così gentile da darmi il suo nome, cognome e reparto, perché possa farlo trasferire all'Accademia? - Ballario dette le indicazioni richieste all'ufficiale che dichiarò essere il tenente Natalizio Siracusano, che stava conducendo una ricerca sulla possibilità della visione attraverso la nebbia.
Il Siracusano, che era nella vita civile un fisico siciliano, insegnante di scuola media, dava lezioni di matematica alla figlia del comandante della Scuola di Guerra Aerea che aveva sede alle Cascine. Attraverso il padre della ragazza riuscì nel suo intento e dopo pochi giorni, inaspettatamente, fui trasferito alla Scuola di Guerra Aerea o Accademia Aeronautica da poco istituita a Firenze. Eravamo già nel 1942 inoltrato.
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Ad un certo momento si profilò la possibilità di un trasferimento di Siracusano il quale, per evitare che fossi rimandato al reggimento, provocò il mio passaggio al laboratorio di Meteorologia. Questo era diretto dal capitano Italo Piccagli, un uomo di carattere molto aperto con il quale mi trovai subito benissimo. Era un convinto antifascista e mi teneva informato degli avvenimenti ascoltando i notiziari di Radio Londra.
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Il 25 Luglio del 1943 ero a Siena in breve licenza, quando la sera verso le otto appresi dalla Radio della caduta di Mussolini. Venti anni di dittatura fascista erano finiti miseramente. La gente tripudiava per le strade. La guerra continua, affermava il comunicato ufficiale del generale Badoglio ed invitava i soldati ad opporsi ad ogni tentativo di invasione.
Hitler accusò il colpo e, furibondo per il tradimento perpetrato dal Re e condiviso dalla grande maggioranza degli italiani, trasferì in Italia forti contingenti di truppe corazzate.
Alla fine di Agosto cominciarono a diffondersi voci di un prossimo sbarco degli alleati sulle coste toscane. Il mattino dell'8 settembre si sparse la voce di un avvenuto sbarco. La scuola di Guerra aerea era come un formicaio in cui sia stato gettato un sasso. Tutti correvano dappertutto senza una ragione precisa. Verso le nove gli ufficiali furono chiamati a rapporto. Quando Piccagli tornò al laboratorio di Meteorologia, ricordo che rideva come un matto: ci raccontò che il generale comandante della Scuola pensava di resistere all'arrivo degli alleati e desistette da questo progetto quando seppe che in tutta la Scuola c'erano solo 15 fucili modello 1891 dei quali sei erano fuori uso. Verso le 11 la notizia dello sbarco fu smentita, ma certamente qualcosa di grave doveva essere avvenuto: era la dichiarazione dell'armistizio che l'Italia aveva firmato all'insaputa dei tedeschi.
Da alcuni giorni avevamo fatto un piano insieme al Piccagli per salvare l'ingente materiale dei laboratori di meteorologia e di navigazione aerea. Avevamo incassato questo materiale per trasferirlo all'Istituto di Fisica e nasconderlo nello scantinato per salvarlo da una futura requisizione o da parte degli inglesi o da parte dei tedeschi. A questo scopo avevo preso contatto con il Tieri che però pretendeva un’autorizzazione scritta del Rettore dell'Università.
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Verso le 11 le casse vennero caricate su due camion. Al momento di partire per Arcetri un capitano non so di quale reparto chiese a Piccagli di poter caricare una cassa di suoi effetti personali fra cui, diceva, alcuni pezzi di argenteria. Notai subito il suo comportamento strano, sembrava vicino a perdere il controllo, come terrorizzato dalla paura. Il permesso fu accordato e salimmo io e lui al fianco dell'autista del camion.
Alla porta della caserma chiesi all'autista di fermare per caricare la mia bicicletta che non intendevo abbandonare nella caserma. Appena scesi a terra sentii il capitano urlare: parti o sparo! Mi voltai e vidi che aveva puntato la rivoltella d'ordinanza alla testa dell'autista che non poté far altro che ripartire precipitosamente.
Restato a terra, mi precipitai in bicicletta al l'inseguimento del camion nella speranza che l'autista avrebbe rallentato per farmi salire. Ma il camion era ormai lontano. Mi preoccupai per il materiale. Dovevo in ogni modo essere presente al suo arrivo perché conoscevo bene il Tieri, ed ero certo che in mancanza di autorizzazione, ne avrebbe rifiutato il ricovero. Pedalando con tutta la forza di cui ero capace, dopo esser salito in sella perfino la Costa Scarpuccia, giunsi all'Istituto più morto che vivo nello stesso momento in cui giungeva il camion.
Conoscendo il Tieri giuocai d'astuzia. Proseguii con il camion fino all'osservatorio astronomico e chiesi ad Abetti di potervi lasciare alcune casse che non potevano essere ricoverate in Istituto. Trattandosi solamente due o tre casse non grandi, Abetti non ebbe difficoltà.
Tornai all'Istituto e chiesi il permesso di scaricare e nascondere le casse. Subito il Tieri rifiutò per la mancanza di autorizzazione del Rettore, al che gli feci presente che il suo collega Abetti aveva già occultato una parte del materiale e, con tono di aperta minaccia, gli dissi che a guerra finita avrebbe dovuto rendere conto alle autorità del suo rifiuto di salvare una parte del patrimonio dello Stato. Alla fine acconsentì e il camion fu scaricato. Piccagli aveva già preparato dei falsi documenti che attestavano la spedizione del materiale, avvenuta molto tempo prima, alla Scuola di Caserta, allora in territorio già controllato dalle truppe alleate.
Finalmente, stanco morto, andai a casa e dopo un buon bagno, mi buttai a dormire.
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L'8 settembre fu lo sfascio dell'esercito italiano. Soldati ed ufficiali, privi di ordini dai comandi centrali tentavano di raggiungere le loro case con ogni mezzo. Questa moltitudine di sbandati vagava per le campagne ; i contadini, per quanto potevano, li aiutavano fornendo loro qualche capo di vestiario e un po’ di cibo, ma questo già scarseggiava e vi furono rari episodi di violenza con furti e qualche rapina.
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Prima di salutarci il Capitano Piccagli mi disse: - Se sarà necessario posso contare su di te? - Certamente, risposi stringendogli la mano.
Ripresi il lavoro all'Istituto. I tedeschi, dopo la sorpresa dell'abbandono del fronte da parte degli italiani, si erano riorganizzati. Il loro esercito era ancora forte e sul fronte interno, potevano contare su un certo numero di fascisti che avevano dato vita alla Repubblica di Salò, presieduta dal Duce. Questi era ormai ridotto ad un fantoccio nelle mani dei tedeschi che lo avevano liberato dalla prigionia sul Gran Sasso. Nelle città cominciò una caccia spietata agli antifascisti e agli ebrei. Molta gente che dopo il 25 luglio si era esposta, fu costretta a fuggire.
La reazione a questo comportamento dei tedeschi fu la costituzione di bande armate partigiane che insidiavano in tutti i modi le retrovie tedesche.
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E torniamo a me. Trascorsi alcuni mesi dall'8 settembre, un giorno Ballario mi disse di aver conosciuto il capitano Piccagli e di essere stato da lui incaricato di comunicarmi, in tutta segretezza, che stava organizzando un gruppo clandestino di radiotrasmissioni per un collegamento con i partigiani del monte Morello, della Calvana e con i comandi alleati. Il progetto prevedeva anche la trasmissione di informazioni di carattere bellico. Il gruppo era sotto l'egida del Partito d'Azione a cui appartenevo da diversi anni. Piccagli mi chiedeva se volevo far parte del gruppo come tecnico esperto. Del gruppo avrebbero fatto parte anche lo stesso Ballario e il Franzini, altro assistente dell'Istituto.
Accettai volentieri e due giorni dopo partecipai ad una prima riunione in un appartamento in Piazza S.Croce. L’organizzazione funzionava così: io, Ballario e Franzini eravamo in contatto solo con Piccagli, e lui teneva il collegamento con altri operatori e con i politici. Per ragioni di sicurezza non dovevamo neppure conoscerne i nomi.
Prima che gli Alleati provvedessero, attraverso lanci paracadutati nelle zone controllate dai partigiani, a fornirci di ricetrasmittenti moderne ed efficienti, ordinammo una ricetrasmittente ad una ditta di Bologna. Ne venne fuori un baraccone contenuto in due grosse valigie, una con la ricetrasmittente propriamente detta e l'altra contenente l'alimentatore. A quell'epoca non esistevano i transistori e tutti gli apparecchi funzionavano con valvole termoioniche. Questo richiedeva una potenza adeguata e quindi un grosso e pesante trasformatore di alimentazione. Le due valige contenenti la radiotrasmittente avevano un peso veramente notevole.
Il Comitato dei politici aveva provveduto ad affittare quattro o cinque appartamenti, tutti all'ultimo piano, dai quali gli operatori trasmettevano a rotazione per non essere localizzati dai radiogoniometri delle truppe tedesche che erano sempre in ascolto.
Anche l'Istituto di Fisica, dove io avevo sempre a disposizione una camera, era nell'elenco degli appartamenti. Quando era il nostro turno, il ricetrasmettitore ed il suo alimentatore erano in bella mostra negli armadi del corridoio, in mezzo a tutti gli altri apparecchi.
All'imbrunire veniva a trovarmi un uomo sulla trentina, con dei libri di matematica sotto il braccio. Il portiere sapeva che era un tale mio amico e che prendeva lezioni di matematica per prepararsi all'esame di licenza del Liceo Scientifico. In realtà l'uomo era un capitano di marina mercantile, partigiano del gruppo che operava sul monte Morello, che sapeva trasmettere e ricevere in Morse.
Tolto l'apparecchio dall'armadio, si filava qualche metro di cavo d'antenna dal terrazzo della camera, e all'ora precisa si iniziava la chiamata per stabilire il collegamento. Ricordo che il segnale di chiamata era il numero del giorno del mese seguito dalla lettera iniziale del giorno della settimana.
Tre minuti di chiamata e tre minuti di ascolto fino a stabilire il collegamento. Questi minuti ci sembravano un tempo infinitamente lungo, durante il quale stavamo con le orecchie tese pronti a gettarci dalla terrazza e a fuggire attraverso i campi se avessimo fatto in tempo. In realtà, come dimostrarono i fatti successivi, era un programma assurdo. Una volta scoperti saremmo stati certamente catturati ed uccisi.
Devo dire che il partigiano aveva forse più paura di me perché cercava in ogni modo di accorciare i tempi di chiamata e giungere ai fatidici 20 minuti dopo di che eravamo autorizzati a rinunziare al collegamento.
Una volta stabilito il collegamento, la trasmissione del cifrato durava pochi minuti. Il foglietto veniva distrutto e tutto era finito.
Questa attività durò abbastanza a lungo, finché venimmo a sapere che in breve tempo avremmo avuto un altro collega, il prof. Ranzi, esperto in fisica della ionosfera, che attualmente prestava servizio nell'esercito tedesco con l'incarico di organizzare proprio in Istituto, un posto di osservazione sulla propagazione delle onde radio.
Il fatto ci preoccupò non poco. Come prima cosa facemmo sparire il ricetrasmettitore dall'armadio e cessammo ogni attività di trasmissione dall'Istituto. Pochi giorni dopo il trasmettitore fu sostituito da uno più moderno ed efficiente paracadutato dagli inglesi sul Pratomagno.
Lo sbarco degli alleati ad Anzio ci dette nuove speranze. Radio Londra ci dava regolarmente notizie e noi seguivamo con interesse sulla carta geografica l'avanzare delle truppe alleate. Un bel giorno, un brontolio lontano come di temporale, fu il primo segno percepibile dell'avvicinarsi del fronte.
Si notava un sensibile intensificarsi dei movimenti di truppe tedesche. Colonne dirette a Nord trasportavano oggetti e materiali di ogni tipo requisiti chissà dove. Spesso queste colonne sostavano nel viale Magalotti e nel viale Torricelli. Quando notai colonne che trasportavano materiale bellico, capii che sostavano lì perché era facile mimetizzarsi sotto gli alberi dei viali per non farsi vedere dagli aerei alleati. In queste condizioni era pericoloso lasciare mia moglie e la bambina in casa ed al mattino preferivo portarle con le in Istituto dove restavano fino al pomeriggio inoltrato.
Una mattina, poco dopo il nostro arrivo, passavo casualmente dalla portineria quando sentii suonare alla porte. Guardai dalla finestra dell'ingresso e vidi un camion militare con alcuni soldati tedeschi. Aprii io stesso la porta e mi trovai davanti un giovane ufficiale delle SS accompagnato da un signore di mezza età con un paio di occhiali pince-nez. Mi chiesero di parlare al Direttore ed io li accompagnai al primo piano. Questa visita mi aveva fortemente insospettito ed ero molto preoccupato, sia per il materiale della Scuola di Guerra Aerea nascosto nello scantinato, sia per un gran numero di libri e riviste di interesse storico di cui la Biblioteca dell'Istituto era ricchissima e che con Ballario avevamo trasportato in un locale dello scantinato insieme agli strumenti più preziosi e costosi.
Pochi minuti dopo fui chiamato in Direzione e fui presentato al capitano Gunther Hachs (od un nome simile, non ricordo bene) ed al prof., Polidori dell'Istituto di Patologia del Libro di Roma, evidentemente uno sporco collaborazionista.
Il capitano Hachs in poche parole mi disse che molti laboratori di ricerca in Germania erano stati completamente distrutti e che aveva l'ordine di requisire un certo numero di apparecchi e di libri e riviste e precisamente quelli indicati nell'elenco che Tieri aveva già davanti sulla sua scrivania.
Tieri disse loro che lui non sapeva dell'esistenza e dell'ubicazione di questi apparecchi perché da anni non faceva ricerca e che io ero il responsabile delle attrezzature e della biblioteca dell'Istituto. Questo modo di scaricare tutta la responsabilità su di me mi fece affluire il sangue alla testa e, lo confesso, fui cattivo.
Mentre scorrevo la lista del materiale richiesto, che del resto non era troppo lunga ma ben circostanziata, vidi che conteneva due macchine fotografiche Leica, che a quel tempo erano una novità assoluta, e che il Tieri teneva nel cassetto della sua scrivania.
- Professore, non so se ha notato che nell'elenco ci sono le due Leica che ha sempre tenuto in custodia lei.-
Il Tieri farfugliò qualcosa, ma aprì il cassetto e le due Leica saltarono fuori, prontamente prese ed introdotte in una sua borsa dal prof. Polidori. Poi, rivolgendomi con un sorriso all'Ufficiale, spiegai che io ero assistente da poco, che da poco ero rientrato dal servizio militare e quindi conoscevo solo gli apparecchi e i libri che avevo avuto occasione di usare. Gli altri ci dovevano pur essere, dato che figuravano nella lista, e proposi di ispezionare con loro l'Istituto dalla soffitta alla cantina per ritrovarli.
Il fatto che avessi fatto saltar fuori subito le due macchine fotografiche, aveva ben disposto il tedesco verso di me. Accettò la mia proposta e ci dirigemmo verso le scale.
In quei momenti il mio cervello era un vulcano. Non riuscivo a capire come avessero fatto a procurarsi una lista così precisa delle nostre migliori attrezzature. Mi venne un lampo di genio. - Capitano - dissi con disinvoltura - conosce il prof. Ranzi che è italiano, ma presta ora servizio nella Wehrmacht? - Ah Ja, Ranzi bravo fisico.- E l'origine dell'elenco era chiarita.
Quando giungemmo in portineria, l'ufficiale fece cenno con la mano e ci fermammo. Con lentezza estrasse dalla tasca un foglietto stampato ed una scatoletta di puntine ed affisse il foglietto dietro la porta d'ingresso, poi mi invitò perentoriamente a leggerlo ad alta voce. Nel foglietto era scritto:
Comando Generale della (?) Divisione SS
Chiunque occulta materiale di ogni tipo utile alle
Forze Armate Tedesche o alla Nazione Germanica
E’ passibile della pena di morte.
Il Comandante Generale
( ed una firma illeggibile)
Mi domandò se avevo capito, risposi con un sorriso fra il meravigliato e l'ironico. Ciò che veramente avevo capito era che la situazione cominciava a farsi veramente pericolosa. Con la scusa di prendere alcune chiavi corsi nella mia stanza, avvertii Liliana, l'abbracciai con Laura, e corsi giù.
La visita cominciò dal piano terreno e precisamente dall'anti-aula, la stanza dove si preparavano le esperienze didattiche. Aprii diecine di sportelli, centinaia di cassetti e cassettini. Del materiale della lista saltò fuori solo un tester ed un vecchio oscillografo Graetz. In circa tre ore fu rovistato tutto il piano terreno, il primo, compresa la direzione, e la soffitta. Verso le due del pomeriggio scendemmo nello scantinato.
Nella parte Nord dello scantinato, oltre ad un'aula di esercitazioni del 1° anno, c'era una stanza a doppia intercapedine che un tempo era stata utilizzata per delicate esperienze sui calori specifici, la fisica di moda alla fine dell'800 : era la stanza a temperatura costante.
Completamente vuota ed assai asciutta, si prestava particolarmente bene a nascondere il materiale, e noi vi avevamo ammassato buona parte dei libri e riviste e molti apparecchi e strumenti di valore. Per nasconderne l'accesso, avevamo coperto l'unica porta d’ingresso con una montagna di rifiuti, scarti della falegnameria e dell'officina, vecchi mobili sfasciati e quant’altro mi fu possibile trovare.
Quando ci fermammo davanti a questa montagna di spazzatura, ebbi chiaro quanto il tentativo di mimetizzarne l’ingresso fosse stato puerile, ingenuo e pericoloso. Quella valanga di rifiuti aveva tutta l’aria di essere stata messa lì a nascondere qualcosa. L'ufficiale si guardò intorno ed io lo precedetti - Questa è l'ultima stanza di questa zona - dissi, e mentre parlavo mi accorsi di un altro madornale errore commesso nell'occultazione: sulla sinistra si vedevano chiaramente i fili dell'impianto elettrico passare attraverso quel muro oltre il quale avevo affermato non esserci più nulla. I pochi secondi in cui restammo nella stanza in silenzio, con l'ufficiale che continuava a guardarsi intorno, mi sembrarono secoli, poi finalmente uscimmo per visitare le altre stanze dello scantinato.
Nella penultima stanza mi aspettava un'altra amara sorpresa.
Fra le cose "preziose" dell'Istituto c'erano due o tre reticoli originali di Rowland, graffiti su una superficie di arsenico metallico, che erano stati utilizzati una ventina d'anni prima dalla Prof. Rita Brunetti (la prima donna titolare di una cattedra di Fisica) e dal chimico prof. Luigi Rolla per alcune ricerche spettroscopiche sul fantomatico elemento 61. Tre pezzi di grande interesse e di notevolissimo valore, che figuravano al primo posto della lista degli oggetti ricercati dai tedeschi. Li avevo messi in due scatole di cartone, di quelle che contenevano una volta le lastre fotografiche Cappelli. Ero certo di averle deposte nella stanza a temperatura costante e quindi ormai al sicuro dalla razzia.
Quando mi trovai davanti ad un armadio a vetri nella penultima stanza, vidi subito le due scatole, lasciate lì in bella mostra per una mia fatale distrazione. Il tedesco chiese: - cosa c'è in quelle scatole? - Vecchie lastre, risposi, ed aspettai il fatidico - apra - sentito ormai centinaia di volte durante quella penosissima giornata. Quella parola sarebbe stata la mia condanna, forse la morte, certamente la deportazione in Germania. Fortunatamente quella parola non venne.
Nell'ultima stanza erano ammassate le casse degli strumenti della Scuola di Guerra Aerea, ma qui la cosa fu più facile sia perché vi avevo sovrapposto una quantità enorme di scartafacci, vecchie pubblicazioni registri d’archivio ecc., in un perfetto mimetismo. Avevo manovrato in modo la lasciare per ultime le stanze più pericolose, cercando di sfruttare il fattore, sia pure assai aleatorio, della stanchezza.
Avevo giuocato bene. Dopo oltre quattro ore, capii che anche il tedesco ne aveva abbastanza. Se ne andarono dicendo che, se lo avessero ritenuto opportuno sarebbero tornati il giorno seguente. Ero veramente spossato, sistemai opportunamente i reticoli e tornai ad abbracciare Liliana e Laura che mi aspettavano preoccupatissime.
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Arrivammo a Firenze verso le otto, e sistemata la famiglia nella casa di Viale Magalotti, andai in Istituto ansioso di sapere quali novità avrei trovato dopo la mia lunga assenza. A metà del viale incontrai Maria Cristina, sorella di Ballario, che era astronoma all'Osservatorio. Dalla sua espressione capii subito che era successo qualcosa di grave. Rapidamente mi disse che il giorno prima avevano sorpreso i membri politici e militari di Radio CORA mentre trasmettevano da un appartamento in piazza d'Azeglio. Che c'era stato un conflitto a fuoco nel quale era stato gravemente ferito Morandi, che conoscevo benissimo perché era studente di ingegneria e frequentava Arcetri, (era figlio di un commerciante di materiale radio ben noto a Firenze), ed un ufficiale delle SS era morto. Piccagli, l'avv. Bocci ed altri erano stati arrestati e portati a Villa Triste, ben noto luogo di tortura gestito dalle SS e dai fascisti repubblichini della banda Carità.
Era chiaro che se Piccagli, sotto la tortura, avesse fatto il mio nome sarei stato arrestato anch’io e forse trucidato, come, di fatto, avvenne di quasi tutti gli arrestati. Tornai a casa ed informai immediatamente Liliana della cosa. Poi progettai un piano di fuga da casa calandomi da un canale della gronda che passava vicino alla terrazza fino al giardino della Buonamici e di qui, attraverso altri giardini, sarei arrivato in via del Gelsomino e quindi avrei raggiunto l'Istituto. Un piano, in realtà, piuttosto ingenuo.
Piccagli, sebbene torturato, non fece nomi, ma io comunque passai diverse notti senza chiudere occhio.
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